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L'oreficeria longobarda

Croce di AgilulfoMolti di voi ricorderanno i Longobardi come il popolo guerriero che scombussolò l’Italia; altri, invece, avranno in mente la descrizione fattane da Alessandro Manzoni nell’Adelchi.

Ad ogni modo sono certa che in pochi penseranno per prima cosa all’arte e all’oreficeria di questa gens.

L’immagine offerta dai libri di storia non dipinge sicuramente le pagine più belle della nostra storia patria: i Longobardi, infatti, giunsero in Italia nel 568 guidati dal loro re Alboino ed instaurarono un regno indipendente, in vita fino al 774, quando Carlo Magno lo assimilò al regno franco.

Inizialmente stanziati nella Germania orientale, iniziarono una serie di migrazioni che li portò prima in Pannonia e poi in Italia, dove vennero a contatto anche con il mondo bizantino.

Qui sono rimaste le testimonianze forse più belle della loro oreficeria, cui poterono dedicarsi più di qualsiasi altra forma d’arte perché, essendo un popolo nomade, raramente potevano portare nei loro spostamenti materiali di difficile trasporto, mentre le armi adorne di pietre preziose erano solitamente immancabili in qualsiasi viaggio.

I Longobardi facevano largo uso delle pietre preziose e semipreziose e della lamina d’oro, prediligendo, per quanto riguarda la lavorazione, quella a sbalzo.

La loro arte fu naturalmente aperta alle influenze provenienti dall’esterno, per cui i manufatti realizzati tra il VI e il VII secolo si caratterizzano soprattutto per la presenza di elementi germanici come le bestie feroci, mentre quelli creati in seguito evidenziano influssi romani e bizantini, con motivi simbolici.

Un elemento però sempre presente in tutta la loro produzione sono le crocette in foglia d’oro, di origine bizantina, che venivano tagliate in lamine d’oro e poi cucite nei vestiti o deposte nelle tombe e che nel VII secolo presero il posto delle monete bratteate utilizzate in passato come amuleti.

Nel complesso, l’arte orafa longobarda si presenta particolarmente composita e questo lo si può facilmente notare dagli oggetti ancora oggi conservati: orecchini, reliquiari, croci, ma anche foderi di spade e guarnizioni di selle.

Tra le opere più celebri non si può di certo non citare la Chioccia con i pulcini, custodita nel museo Serpero di Monza e risalente al V o VI secolo, che mostra una oreficeria-longobarda in argento dorato, rubini e zaffiri, ma anche la lamina di re Agilulfo, in bronzo lavorato a sbalzo e dorato, che risale al VII secolo ed è conservata nel Museo Nazionale del Bargello, a Firenze.

Sempre del re Agilulfo è giunta fino a noi anche la splendida croce, anche questa custodita nel Museo Serpero di Monza e risalente al VII secolo. Realizzata in oro e pietre preziose, presenta un’altezza di 22,5 cm e una larghezza di 15 cm, con sei catenelle culminanti in un pendente a goccia appese ai due bracci laterali e a quello inferiore.

Evangeliario di Teodolinda

Infine, ricordiamo anche la corona ferrea, di cui abbiamo già parlato in un articolo precedente, e l’Evangeliario di Teodolinda, di cui ci rimane solo la legatura, composta da due placche d’oro decorate con smalti e pietre preziose.

Realizzato nel 603, venne donato da papa Gregorio I alla regina Todolinda, che poi lo regalò alla Basilica di San Giovanni Battista, a Monza, dove si trova ancora oggi. 

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